ti ho trovata

 

Ti ho trovata

sfacciatamente vera

negli occhi bassi di tua madre

nelle sue spalle curve

per la fatica

e la solitudine.

Ti ho trovata

in quei flash dell’infanzia

di capelli neri

e corse per inseguire un treno –

che arrancavi

e ancora non capivi.

Seduta a gambe incrociate

dalla parte dei ricordi,

quelli felici,

un po’ nascosta, come ti sapevo:

eri lì senza guardarmi,

offesa

per una frode

che entrambe ha plasmato vittime.

Per paura

ti ho lasciata fluir via

come l’acqua – utile ma anche no

di un canale

secondario

d’irrigazione.

A volte ti cerco,

amica mia,

senza luogo per poterti piangere.

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la grande abbuffata

Ero a stomaco vuoto.

 

Quei languori di un tempo:

sopiti

storditi imbevendoli d’altro.

Poi, d’un tratto, il cibo

e mani che già sapevo

a riempire i piatti con parole inattese

sguardi ammaestrati,

verità per metà

e tempo – tempo finalmente.

 

Io l’ho mangiato:

tutto l’ho mangiato –

pensando al domani

confondevo i sapori,

ritrovandoli nuovi –

delizioso pasto

di consistenze strane

e abbinamenti inusuali.

Fino al dolce.

 

Tralasciato l’amaro.

senza nome

Ti sorprendo talvolta al risveglio,

coi capelli bianchi d’inverno;

le tue gambe dritte, le vene azzurre

e te, distesa e placida.

 

Tu, ragazza austera,

coi tuoi tesori antichi, la paura di offrirti

e il tuo intricato complesso

di urla stonate

verso un cielo severo.

 

Tu, accogliente e materna,

diffidente dietro al sorriso.

Bella e fiera, quando ti sveli di notte

e ti si illumina il viso.

 

Hai pagato caro

d’essere donna tra le altre donne –

sotto la tua industriosa avvenenza

hai curvato la schiena

e più spessi hai avuto caviglie e polsi.

 

Eri

figlia prodigio, culla di sogni gloriosi

e speranze. Eri vita.

Vita distrutta, vita rinata

fiorita e sfiorita

talvolta scordata. Sei ora:

con mani e piedi sporchi della tua esistenza

tra i colori al tramonto

e, nell’aria, la musica.

 

Eccoti,

tra le periferie spoglie, spesso mute – talvolta oscure.

Vivace e sincera:

sulla tua pancia calda

e tra i tuoi fragili seni

trovo ancora il mio posto.

 

Quelle chiome autunnali,

mistero prezioso del tuo essere donna,

mentre il fuoco

cola quasi per caso e t’avvolge d’eterno.

 

Silenziosa e un po’ schiva,

vestita di grigio

quando al mattino ti svegli

e ravvii i tuoi capelli di polvere e nebbia.

 

Donna, voce d’arte

e di raffinata cultura,

ancora ignorante delle tue mille culture:

quanti balli hai guardato seduta,

quante scarpe hai già consumato!

 

Chiudi gli occhi stanotte,

e sorgerà la luna

che ti accompagnerà col suo lento danzare

tra le guglie

per svegliarti ancora bella, domani, Torino.

le giostre

E’ il periodo del Natale

con le giostre, lo zucchero filato

la musica e le voci, “ancora un altro giro!”.

 

Nel silenzio c’è una bimba

sola

dentro al labirinto:

ha il vestito delle feste:

maglioncino di paillettes

scintillante nelle luci

artificiali

di quell’eterna notte.

Forse è persa nell’intrico

di trasparenze folli

che mostrano illusoria

una strada da seguire

per poi

sbarrarle

il passo.

Si è persa

nel riflesso dei lustrini,

dei suoi sogni

rapiti in quegli specchi.

regalo di Natale

Ho ricevuto un dono

mittente: ignoto.

La carta da pacchi ben tesa

e un biglietto:

“Possa tu, che sei felice,

esser sempre felice”.

Nel pacco:

l’assenza:

di voci e di sguardi

assenza di gesti,

assenza di tutto.

Un’assenza presente,

ricercata.

Ho scavato un buco

sotto il cuscino,

ci ho messo il dono.

Poi l’ho coperto

dei miei capelli,

e qualche lacrima

l’ha concimato.

Nel buio, la notte,

attendo che cresca,

che questa assenza

rinasca corpo.

Rinasca nuova.